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A EDUCA: IL DIALOGO ORGANIZZATO DALLE COOPERATIVE SOCIALI

A EDUCA: IL DIALOGO ORGANIZZATO DALLE COOPERATIVE SOCIALI

Intervista a Raffaele Mantegazza dell'Università Milano Biccoca

 

di Silvia De Vogli

Sarà presentato ufficialmente il 24 marzo il programma della VII edizione di EDUCA, il festival dell'educazione che si terrà a Rovereto dal 15 al 17 aprile. Tre giorni di appuntamenti - laboratori, dialoghi, incontri, spettacoli - dedicati al tema "Libertà e Regole" frutto del percorso partecipativo promosso dal Comitato promotore (Provincia autonoma di Trento, dall'Università degli Studi di Trento e del Comune di Rovereto con il supporto di Con.Solida), i partner (Cooperazione trentina e Casse Rurali trentine, Fondazione Bruno Kessler e Fondazione Franco Demarchi, Iprase e Itas) e gli enti che hanno risposto alla call for purposal (musei, scuole, cooperative sociali, enti di ricerca e associazioni).
Tra gli appuntamenti anche il dialogo tra il giurista ed ex magistrato Gherardo Colombo e Raffaele Mantegazza dell'Università Milano Biccoca che si terrà venerdì 15 aprile alle ore 10.30 nella sala della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. L'incontro dal titolo "Chi detta le regole educative?" è frutto delle riflessioni sul tema "Libertà e regole" delle cooperative sociali di Con.Solida. C'è l'impressione oggi di essere di fronte ad un aumento esponenziale di interventi politico istituzionali che arrivano a normare anche dettagli della vita quotidiana a discapito (ad esempio quanto accendere il riscaldamento e a quale temperatura) cui corrisponde una riduzione dello spazio sociale di discussione. Ne abbiamo parlato con Raffaele Mantegazza: professore condivide questa lettura?

No, se espressa in modo così netto. C'è un'iperegolamentazione in alcuni ambiti come quello sociale che riguarda le persone con meno opportunità di rappresentanza politica, gli ultimi, le vittime, gli esclusi. In altri campi invece si assiste all'esatto contrario. Penso, ad esempio, rispetto a quest'ultima tendenza, al settore del commercio e della distribuzione con i supermercati aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette, o alla sovrabbondanza di canali televisivi dedicati alle vendite. In questi contesti in realtà si spaccia per libertario ciò che è semplicemente regolamentazione automatica da parte del mercato. C'è poi la rete, il web, sostanzialmente deregolamentati perché posso pubblicare di tutto. In verità anche qui io credo si tratti di un grande inganno quello della falsa democrazia perché in realtà siamo tutti sottoposti a una regolamentazione invisibile e non attaccabile al contrario delle norme scritte che come tali sono constatabili e modificabili.

E l'ambito educativo? Certificazioni, standard come ad esempio quelli sui disturbi dell'apprendimento; non trova che ci sia un eccessivo proliferare di regole, sopratutto di matrice prestazionale che non lasciano spazio all'eccezione?

Più che di un eccesso normativo, direi che siamo di fronte ad un pensiero catalogatorio, basti pensare all’invasione diagnostica nella scuola. La norma codifica il potere, lo espone e, in questo modo lo rende attaccabile; qui invece l'approccio è più macchiavellico: non si dice se fai questo o quello ti punisco, ma ti diagnostico un problema così ti curo magari con un farmaco. Non che mi piaccia l’aspetto repressivo, ma è anche vero che l'altro approccio è più difficile contrastare, è complicato opporsi alla produzione continua di burocrazia arrivata ormai a livelli grotteschi e contestare strumenti che vengono spacciati come un aiuto. Oggi per poter esercitare un suo diritto una persona deve prima trovare la casellina giusta dove essere inserita e fare un numero consistente di certificati. Un sistema che crea ansia.

A tutto questo si aggiunge la diffusione di stereotipi e luoghi comuni che Lei critica nei suoi testi e studi. Ci fa qualche esempio?

Ho l’impressone che uno di quelli più resistenti in campo educativo sia: “si è sempre fatto così!” . Ci sono educatori, insegnanti e genitori che replicano modalità educative che in qualche modo hanno subito quando erano figli, allievi senza rendersi conto che le pratiche educative sono tutte di origine sociale, dipendono dal contesto e, in ogni caso, non esiste una pratica educativa che sia giusta o sbagliata a prescindere. Si sta sempre più diffondendo poi la richiesta di ricette, di metodi intesi come applicabili indipendentemente dal soggetto e dai contesti coinvolti. Una richiesta comprensibile perché quando si è in crisi si tende a cercare la scorciatoia, ma è anche un approccio crea danni perché viene a mancare l’aspetto dell'auto riflessione.

Mi fa un altro esempio di stereotipo in campo educativo?

Un altro luogo comune riguarda il ruolo di educatore, classicamente si dice: non è un lavoro ma una missione. Questa visione è alla base delle difficoltà degli educatori a percepirsi come professionisti con tutto quello che ne consegue: lo stipendio, il diritto di chiedere miglioramenti a livello sindacale, di fare sciopero. È auspicabile che alla base della scelta di fare questa professione ci siano anche aspetti ideali, ma questi non possono esaurire il ruolo. Non è corretto, ad esempio, chiedere agli educatori di lavorare più dell'orario previsto senza pensare agli straordinari, di farlo "per i ragazzi”. Se vado a comprare il pane non me lo danno gratis! Pensare che una parte del lavoro degli educatori sia erogato come volontariato non è sostenibile e non restituisce alla società e alla politica il fatto che l’educazione deve avere un costo, che si deve investire. Se si proietta poi l’idealità, la voglia di cambiare, l’utopia, soltanto dentro la relazione educativa si corre il rischio di soffocare queste dimensioni e di indebolire il potenziale di contrattazione politica del campo socio educativo.

Cosa intende?

Che l’educazione non cambia il mondo, il cambiamento - che ci deve essere - va fatto a livello politico e sociale. Il compito dell'educazione è creare soggetti in grado di pensare e agire il cambiamento; persone che innanzitutto si chiedano che mondo vogliono, cosa va bene e cosa no, cosa si possa desiderare. Ed è in questo senso che dico sempre agli educatori: noi siamo soggetti politici. Pensarci come professionisti dell’educazione lascia libero il campo alla possibilità di essere soggetti politici, di intervenire, di candidarsi, di scrivere ai giornali.

Si sente spesso dire criticamente che si è persa l'idealità alle origini della cooperazione sociale. Lei sembra dire che questo passaggio invece è necessario.

Il contesto degli anni settanta era molto diverso da quello attuale. Io credo che l'idealità, il desiderio di cambiare il mondo che avevano i fondatori delle cooperative vadano oggi portate dentro la quotidianità educativa. Tu fai politica quando ti interroghi sulla vita che avrà la persona disabile di cui ti occupi e lo fai a partire da questioni concrete come, ad esempio, è giusto insegnargli ad usare forchetta e coltello? A monte, prima di tutto ci sono le questioni etiche e politiche, poi ci son le tecniche. A me pare manchi tragicamente una formazione su questo.

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